Visualizzazione post con etichetta Colletti Gialli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Colletti Gialli. Mostra tutti i post

05 ottobre, 2016

Qualcuno mi dia la forza, oppure che lo si muoia ora

Chi mi conosce fuori da questo pentolone digitale, sa che sono un tipo tenace e perseverante. Sa anche che mi sono da poco lasciato alle spalle un brutto momento, roba de preoccupazioni, rogne, 'nsomma mejo nun pensacce.
Dovrei avere energia da vendere, entusiasmo e speranza. E ne avevo un pizzico di più stamattina, quando — ancora infilato in mezzo al traffico — venivo raggiunto da un breaking news incoraggiante:
"Ndrondrone is gone".
In realtà la vecchiaia mi ha dotato di quella prudenza (come diceva Totò: "La prudentia non è mai troppo") necessaria per non farmi abbindolare dai titoloni.
Sapevo già che Ndrondrone was not gone, not yet at least. Forse è sulla strada, ma uno è gone quando è gone, non un istante prima.
Esso (oggi mi sento di riconoscergli solo questo come pronome) sembra stia per congedarsi in modo definitivo da questo luogo. I dettagli mi interessano poco, anche se esso li sbandiera ai quattro venti, con la stessa eleganza con cui si espongono in pubblico un paio di slip sgommati.
Quando sono arrivato era al suo posto: cioè a zonzo per i corridoi, col testone ciondolante e le immancabili scarpe dal fondo di tek, rumorose quel tanto che basta a rompere il cazzo.
Ho agganciato il portatile e, in compagnia dello strillone di giornata e di un altro gaudente collega, mi sono diretto al bar per il caffè.
Mi hanno ragguagliato sulle novità. Sembra sia fatta. Ma come dicevo è fatta solo quando è fatta. Specie con un materiale instabile come il Ndrondrone, altro che nitroglicerina.
Siamo tornati dal bar placidi, quasi sereni. Entrando nel pollaio, lo strillone e io, stavamo concludendo un discorso mentre prendevamo posto l'uno di fronte all'altro ed esso, dalla sua dimensione parallela, con fare piccato e risentito ci ha subito apostrofato:
"Scusate, ma devo fare ventimila cose, se potete smetterla di parlare".
Noi subito, mentre l'adrenalina mi si riversava a litri in giro, abbiamo risposto: "Ci mancherebbe. Ma certo". 
Nel frattempo esso sovrapponeva un: "Ricordatevi che questo è un ufficio!"
Al che io, che stavo già trasformandomi in un Klingon, controllando al massimo il tono: "Certo, poi, se ce lo chiedi tu".
Forse ha colto una lievissima nota ironica nella mia risposta. Forse eh, non se sono convinto. E allora mi ha risposto: "Strumm, c'è qualche problema?", stile vediamoci all'uscita di scuola che facciamo a botte.
Ho contato fino a un miliardo in una frazione di secondo, battendo la capacità computazionale di parecchi compiuter moderni, quindi — con l'aplomb di un lord inglese — ho specificato:
"Nessun problema. Se hai letto dell'ironia nella mia risposta, ti sei sbagliato". Ho evitato di ricordargli che è un ufficio anche quando porta il trapano a batteria, grugnisce, si addormenta e russa e fa avanti e indietro come se fosse il lungomare Caracciolo, urla in polacco in telefonate probabilmente non lavorative, la lista è infinita, ma io ho evitato di ricordarglielo. Perché ho passato un brutto momento e oggi volevo sentirmi un brav'uomo da "like"  e cuoricini sulla pagina personale.
Poi sono andato al bagno e ho espulso ettolitri di urea con concentrazione di adrenalina al 98%.
Ho recitato il calendario di Frate Indovino avanti, indietro e a sbalzi un paio di volte.
Ho sperato che Andreotti mi comparisse come la madonna di Medjugorje e mi rassicurasse con un bacio.
Sono tornato in stanza con le pulsazioni a 22, pronto a riprendere posto, ma il mio sguardo ha incrociato i bassorilievi da esso abbandonati da mesi sui nostri armadietti (vedi foto) e una nuova scarica di adrenalina mi si è riversata nelle palle. 

Ndrondrone things

Qualcuno mi dia la forza, dico sul serio, perché tutti gli accordi del mondo e la fretta di questa azienda potrebbe non bastare a proteggerlo da morte violenta.
Che qualcuno mi aiuti in uno di questi tre modi:
1) mi dia la forza
2) lo faccia uscire ora, per sempre
3) lo muoia, al mio posto

Grazie.

PS: le sue ventimila cose si erano esaurite nel giro di un paio di telefonate, dopodiché ha ripreso a fare il cazzo di niente tutta la mattina. Entrando e uscendo con una frequenza e perseveranza che neanche il Rocco nazionale può pensare di imitare.

07 settembre, 2016

L'orizzonte degli eventi e il crepaccio della contessa Elvira

Mi sa che ho messo un piede oltre, non riesco più a vederlo. Meglio così, soffriva di fascite plantare. Devo ammettere di nutrire da molto tempo il sospetto di essere vittima di un campo gravitazionale infinito, una singolarità spaziotemporale classica. Non sapevo ancora se fosse coperta da orizzonte degli eventi o fosse nuda. Avendo fatto il passo più lungo della gamba e avendo perso di vista il piede, posso affermare con certezza la presenza dell'orizzonte degli eventi. 
Sospetto che la mia coscienza risiedesse là in fondo, non si spiegherebbe altrimenti il no-sense che continuo a sperimentare ogni giorno. Sì, sì, devo aver ragionato sempre coi piedi, anzi, col piede. Il mio piede destro (da non confondere col film, 'ché quello era il piede sinistro).
Dopo il piacevole "Concerto per trapano ben temperato" di ieri — critiche entusiastiche a cinque stelle hanno inondato la rete spazzando via le polemiche politiche dell'urbe (anch'essa a cinque stelle) — stamattina il collega di cui lo strabuzzo d'occhi di ieri, ha invitato al bar i pochi polli presenti di buon'ora nel pollaio. In un mondo ideale il suo invito avrebbe coinciso col punto della sinusoide in cui Ndrondrone è lontanto dall'aia. Ma esiste Murphy con tutte le sue certezze, e questo significa — ça va sans dire — che il capoccione dondolante si è aggregato alla truppa.
Essendo il quarantesimo compleanno del nostro collega (di nuovo auguri e uno solo di questi giorni ancora nel pollaio) offriva lui, ma Ndrondrone, sbragato sulla sedia, se ne è voluto assicurare prima di concederci l'onore dell'accompagno. "Eh eh, paghi te: allora auguri!"
Poi mentre zigzagava lungo il tragitto, con me rigorosamente alle spalle per non essere investito, cercava di introdursi in qualunque conversazione nascesse.
Non ricordo con esattezza chi o cosa abbia aperto l'argomento pazienza e tolleranza, ero troppo concentrato a evitare le sue calcagna dalle traiettorie imprevedibili (neanche fossi Sébastien Loeb senza navigatore), ma d'un tratto le mie orecchie hanno udito cose da teatro dell'assurdo (Beckett e Ionesco ce spicciano casa), cose che non avrebbe potuto immaginare neanche Roy Batty (e lui di cose ne aveva viste). Qualcuno, alla presenza del nostro esimio responsabile, gli faceva notare amabilmente e senza traccia alcuna di acrimonia, che di pazienza e tolleranza nel pollaio diamo ampia dimostrazione ogni giorno. Io tacevo ed evitavo ostacoli.
A questa affermazione lui replicava con tono da lasopiùlungaio, "Voi? E io? Ricordati che è tutto relativo nella vita. Se tu sei paziente e tollerante con me, lo sono anch'io, neanche immagini quanto".
All'obiezione pacata che forse il bilancio non è così in equilibrio, lui insisteva, anche un filo piccato.
Ho cominciato a sentire la palpebra vibrare e un poderoso tridimensionale ruggito risalirmi la laringe. Avrei snudato le zanne e scuoiato il suo grugno dallo sguardo bovino con un unico assordante GROWL, ma ancora una volta il terrificante strato culturale che mi sorregge mi ha trattenuto.
Il responsabile, assente ieri mentre un Lerua Merlen era stato improvvisato tra le scrivanie, in un momento di quiete mi ha chiesto lumi, subodorando fosse successo qualcosa di recente. Gli ho detto "Roba de trapani a batteria, lassa sta".
Gli ho chiesto se si possa organizzare un po' di room rotation, come l'affidamento condiviso: 3 anni a noi (già fatti), dieci anni a qualcun altro e così via... Ha sorriso amaro togliendomi anche l'ultima speranza.
Qualche giorno fa, in uno dei tanti fiumi di cazzate che vomita nelle orecchie di chiunque gli conceda un minimo di ascolto, aveva esclamato, sempre ridacchiando: "Perché io so' un uomo pericoloso".
Credo intendesse dire: "Sono un uomo in pericolo". Sì, sì, sicuramente intendeva in pericolo.
Perché lui è un uomo in pericolo, senza alcun dubbio lo è ogni minuto di più.
Qui è pronto l'orizzonte degli eventi e, come diceva il conte Alfonso Pasti, rimembrando la fine della contessa Elvira, finita nel crepaccio. "Il crepaccio. Sparisti nel crepaccio. Ma come sparisti nel crepaccio? Perché? Ma chi t'ha dato la spinta?"


06 settembre, 2016

L'arte del lavoro rilassante.

Iniziamo agevolando l'immagine, scattata pochi secondi fa. Siore e siori non siamo nella bottega di Geppetto, né in un anfratto casalingo dedicato al bricolage. Siamo nel cuore pulsante della niueconomi, dove si sviluppano softuer costosissimi che gestiscono reti costosissime che supportano servizi raffinatissimi, che non funzionano manco a calci...
Ebbene, come rinunciare all'opportunità di costruirsi una cassetta di compensato in ufficio? Non si rinuncia, come insegna Wilde. Così, di ritorno da una riunione (meno tediosa, rissosa e inconcludente della media) torno nel pollaio e mi metto seduto. Il tempo di sbloccare la postazione che parte il rumore di un trapano a batteria. Prego Cthulhu di essere finito in nuovo episodio di "Specchio Segreto" (rifuggo le pacchiane versioni moderne), inspiro a fondo, ma so di aver già perso. Oltre il divisorio della mia postazione, l'argenteo, ingombrante e vuoto testome di Ndrondrone si volta ridacchiando: "Eh, Strumm, do fastidio?"
"Fastidio? per carità, mi ci faccio gli impacchi sul prepuzio col trapano a batteria..." rispondo accomodante.
"Eh, abbiate pazienza due minuti". So duecento anni che abbiamo pazienza, e il mio pensiero vaga tra imprecazioni mistiche di ogni specie. Un collega, uno degli acquisti recenti, ma già martoriato dal Ndrondrone, si alza con gli occhi sbarrati. Mi guarda disperato.
Intanto Ndrondrone comincia a trapanare, cassetta e zebedei, e prosegue imperterrito nonostante gli vengano rivolte, in modo variamente articolato, richieste di interruzione dell'improvvido obbi.
Niente, se ne sbatte il cazzo (detta alla Charlie Hebdo). Continua finché non ha forato completamente la cassetta.
Il collega di cui sopra lo avvisa: "Attento che non diventi la tua di cassa..."
"Ah ah, non c'entro".
"Troviamo il modo".
"Ti faccio a pezzi" spiego sempre più accomodante.
"Non ci entro neanche a pezzi".
E, come si spiegherebbe a un cucciolo di batterio, aggiungo: "Una volta fatto a pezzi, poco me ne cale che tu ci entri oppure no: il problema sarebbe risolto".
"Poi i pezzi li spediamo pure" continua il mio collega con fervore.
"No. Non li spendo i soldi per spedire i pezzi. Se a qualcuno interessa recuperarli, se li viene a prendere".
E lui niente, se ne sbatte e finisce il lavoro. Mentre tutti in stanza subiscono in nome della civiltà che ci impedisce di prenderlo a sediate.
San Giuseppe falegname, anche con l'aiuto di Madre Keith Teresa Richards da Calcutta e di tutti i nullafacenti attorno a te, potete fare qualcosa da lassù? Un fulmine a ciel sereno (o anche nuvoloso), un morbo inguaribile e non contagioso, una storta che gli sgretoli femori e bacino. Insomma, o intervenite voi d'ufficio, o è inevitabile che qualcosa di molto brutto succederà qui, in questo buco maledetto.

Da "Totò Peppino e le fanatiche", Mario Riva insegna l'arte dell'hobby a Peppino.
 

05 settembre, 2016

Déjà-vu, colletti gialli e mani sporche

Qualche giorno fa leggevo un interessante articolo sul fenomeno chiamato déjà-vu.
Il risultato di una specifica ricerca ha spiegato che, con tutta probabilità, si tratta di un processo di verifica che il nostro cervello esegue sulla memoria. Serve ad assicurare la coerenza tra ricordi ed esperienze realmente vissute. Trovo sempre molto affascinante qualsiasi scoperta o approfondimento sui meccanismi che animano il nostro cervello, perché una cosa è certa: ne sappiamo davvero poco.
Questa scarsa conoscenza giustificherebbe, almeno in parte — sotto il profilo biologico —, l'incomprensibile comportamento del Ndrondrone. In ogni caso, oggi il tema è diverso.
Qui in azienda si stanno concretizzando grandi cambiamenti, si sviluppano in modo più o meno sotterreaneo da quasi un anno, ma ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato le trame stanno venendo alla luce.
Càpita allora che si intercettino nei discorsi, nelle telefonate, durante le audioconferenze, nomi che pensavo sepolti dietro cumuli di polvere, in cassetti sconnessi di credenze nascoste nella soffitta della memoria. E càpita anche di incrociare volti che un giorno erano familiari, quotidiani, presenti. I compagni di giornate passate a sbattersi su documenti e su attività infinite.
Come per tutte le cose, ci sono aspetti positivi e negativi. C'è soprattutto un rimbalzo temporale, la percezione istantanea di quanto tempo sia passato, di quanto tutto sia cambiato senza modificarsi affatto. Certe facce sono uno specchio indiretto, la consapevolezza che si è invecchiati, perché lo specchio è invecchiato. L'impercettibile pendenza dello scorrere del tempo si tramuta in un gradino improvviso contro il quale si infrangono le tue fragili convinzioni di essere rimasto un ragazzotto.
Mi piacerebbe tornare a quei tempi, non soltanto per recuperare quindici e più anni di vita, o per cullare l'illusione di poter evitare qualcuno degli errori commessi (solo i morti non sbagliano mai), ma per assaporare di nuovo l'entusiasmo e gli stimoli che in quei giorni mi spingevano a dare qualcosa che andasse oltre l'impegno imposto dal senso del dovere.
Forse questo cambiamento, questo cerchio che si chiude all'indietro, ci spingerà in avanti. Lo farà senza un progetto, lo farà perché è nel destino. È una possibilità che auspico. Preferisco tornare a combattere per un obiettivo di cui capisco i contorni, piuttosto che soffocare le imprecazioni più turpi contemplando l'andirivieni insensato del Ndrondrone o le chiacchiere imbarazzate e tardive di chi ho pizzicato scappare dal bagno senza lavarsi le mani. Adulti quasi sessantenni, padri dalle parvenze civili che "omettono" di darsi una sciacquata dopo esserselo scrollato nel segreto di un loculo.
Di questa miseria umana, da cui neanche io posso fuggire, ne ho avuto abbastanza.

04 dicembre, 2015

Il senso di un capo solo sulla carta

Una volta, alle origini del blog "Strumm und Drunk", dedicavo una parte dei post alla categoria "Colletti Gialli", una cronaca amara e bisunta delle vicende e dei personaggi che animavano questa azienda. È possibile che questo filone prenda di nuovo vita, di spunti ce ne sono in quantità.

Come il noto ragionier Ugo, lavoro in un'azienda in stile ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica.
Guai a dirlo a voce alta, qualcuno potrebbe offendersi di un simile accostamento, ma per lo spicchio di realtà lavorativa in cui sono calato, le differenze sono quasi impalpabili. Quarant'anni dopo la prima versione cinematografica di quel capolavoro di satira e umorismo che fu il libro di Paolo Villaggio, sembra che in Italia non sia cambiato molto.
Per carità, non mi lamento: sono un privilegiato. Nel deserto di opportunità che questo paese mette a disposizione e nonostante i ciclici interventi per rilanciare il mercato del lavoro, non ultimo il "Jobs Act" (dai contenuti molto discutibili, ma dal nome spendibile per Renzi in eventuali interviste sul Financial Times – sulla copertina di fine anno dell'Economist non l'hanno proprio cagato), riuscire a mantenere un impiego stabile e ben pagato per oltre venti anni è un successo non riservato a tutti.
Detto questo, non avendo gli occhi cuciti, e anche in conseguenza di un'esperienza lunga, non possono sfuggirmi macroscopiche stranezze nella conduzione dell'attività.

Oggi mi soffermo su una riflessione piuttosto semplice: l'ultima riorganizzazione che ha inciso direttamente nel settore in cui opero ha portato alla sostituzione del dirigente di riferimento. Sia il precedente che l'attuale hanno come sede di lavoro Milano e spendono la maggior parte del loro tempo lì. Questo avvicendamento è avvenuto all'incirca diciotto mesi fa. Il dirigente precedente, senza eccezioni, dedicava almeno un paio di giorni al mese per scendere a Roma, aggiornarci sulle evoluzioni organizzative e aziendali, condividere con ciascuno di noi le sue idee e la visibilità sui progetti in arrivo. Oltre a questo, nonostante non fossimo sempre d'accordo sulle scelte, si sforzava di chiederci direttamente la nostra opinione, spiegazioni su questioni tecniche, superando – quando lo riteneva necessario – lo schema gerarchico che poteva assicurare una distanza dalle questioni più spicciole.
Insomma, ci conosceva o si sforzava di conoscerci, conosceva il nostro lavoro o si sforzava di conoscerlo.
Peccato che la sua visione troppo pragmatica e poco politica del ruolo ha determinato un brutale allontanamento dall'azienda dopo quindici anni di onorato servizio.
Il nuovo dirigente ha operato così: un punto di separazione in più all'interno della stessa struttura a presiedere il gruppo di Roma. Per carità, siamo tante persone.
Una serie di colloqui iniziali piuttosto sbrigativi e raffazzonati nelle visite che istituzionalmente dovevano essere svolte all'assunzione dell'incarico. Per carità, sono così tanti gli impegni.
Un brindisi natalizio il dieci o l'undici dicembre del 2014. Per carità, cazzo, è Natale!
Nessun contatto diretto con gli amati inferiori a meno di epidemia di peste bubbonica o invasione delle cavallette (il che ha ridotto le occasioni circa a... zero). Hai visto mai cominciasse a ricordare qualche cognome.
Questo non le ha impedito di mediare sistematicamente al ribasso tutte le valutazioni annuali fatte dal nostro responsabile di Roma, anche per quelle persone di cui non conosce con esattezza il cognome (misteri della fede e del controllo a distanza). Una sensibilità straordinaria.
E in regolari visite a Roma durante l'anno, ha incontrato in una modalità carbonara che neanche Mazzini avrebbe potuto escogitare, soltanto alcuni di noi per salutarli. Peccato che questi "eletti" siano nostri colleghi da una vita e non si siano tenuti la cicca: il famoso segreto di Pulcinella.
Poi, come se nulla fosse successo, ieri ci comunica con gaudio e giubilo che verrà a Roma per brindare con noi prima delle cattoliche feste natalizie il giorno quindici.
In un clima aziendale sano, quando – poco tempo fa – tutti noi hanno avuto un confronto individuale con HR, su domande riferite all'efficacia dell'organizzazione attuale e sul rapporto col nostro dirigente, una qualche mezza obiezione si sarebbe dovuta e potuta sollevare, ma in questo momento di Solidarietà e tagli all'orizzonte, sei costretto a sfoderare il tuo sorriso scolastico e a mimetizzarti come un camaleonte con lo sfondo tinteggiato dell'ufficio. Devi essere meno di un numero per aspirare a rimanere un numero.
Tuttavia, senza alcun rammarico, ho spostato uno dei giorni di ferie da smaltire andando a occupare inavvertitamente il quindici dicembre. Perché, con tutto il rispetto, di un capo di carta ne faccio degna opera soltanto al bagno. Auguri.