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18 ottobre, 2016

Radio Elettra, Wilson Wilson e Italo il criceto

Ho un criceto. Vive nella sua gabbietta. Corre nella ruota gran parte del tempo, ama farlo guardando la TV. È un appassionato di Forum e Pomeriggio 5. Quando non corre, sgranocchia qualcosa, defeca o dorme. Il giorno successivo, stropicciati gli occhietti neri, entra di nuovo nella ruota e inizia da capo. L'importante è che non gli si spenga la TV. Mi costa più di corrente che di mangime.
L'ho osservato per qualche settimana, prima di scegliere un nome. Ma le sue routine sono talmente stabili, i suoi gusti così radicati, che non potevo che chiamarlo Italo. Pensateci, è il nome giusto per chi fa la vita da criceto.
Mi sta aiutando a scrivere questo post, vi dirò alla fine come. Me l'ha suggerito il cane.

Ho cominciato a interessarmi del referendum qualche tempo fa. Non so ancora se andrò vestito elegante o casual. Forse elegante mi si noterebbe di più, ma dipende anche dal meteo. Comunque avevo preparato due mise e un ombrello, ma in seguito ho fatto scelte diverse.
Per la raccolta informazioni sul referendum ho tentato un approccio graduale. Innanzitutto lo spot istituzionale, ma ho avuto una sensazione bizzarra, come se mi stessero fornendo informazioni parziali, troppo vaghe. E mi sono detto: "Strumm, questo spot non basta!" Anche perché, dovendo giustificare un'uscita in giacca e salama, non posso essere impreparato.
Allora, mi sono rimboccato le maniche, ho indossato la muta, la bombola e il boccaglio e mi sono tuffato nel web.
Ah, nel web c'è più assortimento di opinioni che razze di pesci lungo la grande barriera corallina. Orde di sostenitori del "NO" (compresi quotidiani completamente schierati), orde di sostenitori del "Sì" (compreso parte di un parlamento eletto con legge giudicata anticostituzionale, e un premier non eletto che alterna personalizzazioni e spersonalizzazioni con la disinvoltura con cui Rocco cambia partner sul set).
E mi sono detto: "Strumm, queste posizioni non bastano!", e anche Rocco è sembrato d'accordo.
Così ho cercato analisi più fredde (anche se qualcuna tradiva un malcelato grado di simpatia per uno dei due schieramenti) e più o meno dettagliate .
Infine, ho tratto qualche considerazione rapida (alcune riprese di recente anche da Luca Telese, che mi sta simpatico più o meno come un istrice infilato nell'uretra).
1) qui si cambia la costituzione, superando (un verbo che evoca l'evoluzione) il bicameralismo perfetto, ma non si chiarisce da subito come si eleggono i parlamentari. Sanno anche gli acari del mio letto che l'Italicum sarà da modificare, perché cadrà sotto la scure della corte costituzionale (probabilmente già il 5 dicembre). Ma non si potrebbe prima mettere a posto la legge elettorale? farne una che per una volta sia rispettosa della costituzione? mah...
2) si manda al Senato un gruppo di individui selezionati arbitrariamente e non eletti, che hanno già incarichi territoriali (al di là dell'onerosità dei compiti, viene da chiedersi quanto male riusciranno a fare l'una e l'altra cosa)
3) i compiti di questo Senato (delle regioni?), se non ho capito male — ma su questo aspetto ci torno dopo — non avranno possibilità alcuna di incidere su temi regionali.
Eh??? "file not found" - "fatal error" - "not enough data" - "the system will reboot in 60 seconds"
4) il presidente della repubblica non può sciogliere le camere. E neanche ristrutturarle, neanche la classica rinfrescata che si dà a primavera (perdendo quindi anche gli sgravi fiscali)
5) alcuni dello schieramento del Sì, sottolineano che la semplificazione permetterà una più semplice approvazione delle leggi, perché siamo lenti. Non mi quadra e non mi interessa: in Italia i numeri, non io, dicono che di leggi ne passano mille-mila. La questione è quante di queste leggi siano degne di passare. O è un vantaggio per il PIL, o del numero delle leggi, onestamente, me ne frega quanto di un raffreddore di una zanzara eremita in Perù.
6) tra le varie ed eventuali (perché questo non ha la pretesa di essere un post di approfondimento politico, né tantomeno di orientamento al voto, c'è un'affermazione che ciclicamente viene ripresa da molti dei sostenitori del Sì. In sostanza ammettono che si potrebbe fare meglio, ma che almeno si muove qualcosa, si cambia.
Ma siamo sicuri che sia sufficiente? È come avere mezza macchina già oltre l'orlo del precipizio, dondolante, e fregarsene se uno spostamento sia verso il baratro o verso la strada. A me sembra un po' deboluccio come argomento. Ma vogliamo capire dove diamine stiamo andando?

Passiamo ad altro.

Per gli ignoranti come me, il CNEL e il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro. In pratica dovrebbe dare pareri e promuovere attività legislativa su materia economica e sociale. Incide come il quattro di cuori quando si gioca a Subbuteo. L'hanno messo dentro, perché se lo sono ricordato o per dire che tagliano i costi. Non l'hanno abolito in altre occasioni perché è inserito nella costituzione e quindi va abolito con modifica costituzionale. In 50 anni (è stato creato nel 1957) ha avanzato proposte per solo 14 leggi, mai discusse in parlamento. Costa al massimo 20 milioni di euro l'anno (i soldi della benza per l'aereo del premier), meno del barbiere del Senato. Mai cagato da nessuno. Pace, non pensateci più.

Ma ora, dopo il caffé, passiamo all'articolo 70. Il famigerato mutante della costituzione 2.0.

Ecco, io sono un uomo qualunque, l'omino della strada. Ho letto quello attualmente in vigore, che — dovete perdonarmi — riporto integralmente di seguito: 

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.

Poi ho letto, riletto, scomposto, analizzato il nuovo (che non riporto integralmente per non mandare in crash Internet).
Dopo una dozzina di riletture, io sono sempre un uomo di mezzi modesti, non riuscendo a capire con esattezza il senso di certi passaggi e, soprattutto le implicazioni dirette e indirette, temendo di essere io il problema, mi sono testato con una versione polacca dell'Ulisse di Joyce. In particolare ho letto, mentre ascoltavo in cuffia i Gorgoroth e tessevo un elegante centrino all'uncinetto, il monologo di Molly Bloom.
Ebbene, è filato via liscio come Zanardi. Un razzo, una lippa.

Allora sono tornato all'articolo 70, e di nuovo sono andato in "out of memory".
Ho provato a leggerlo ad alta voce, ma sembravo De Boer che imitava Dan Peterson mentre impersonava Don Lurio in una tragedia scritta da Luca Giurato.
Ho avuto delle terribili coliche renali, il naso che sanguinava e ho deciso di cavarmi gli occhi con un cucchiaio. Wilson, Wilson!
Come una novella Santa Lucia, li ho depositati nel piatto. 

A quel punto ho capito che l'omino della strada (almeno del mio livello infimo) non è probabilmente in grado di percepire il disegno complessivo di questa riforma, in cui hanno anche infilato roba che non c'entra nulla con la questione del bicameralismo. Oltre al già citato CNEL (ma si è colta l'occasione e incide poco), riformano anche il titolo V, che riguarda le competenze delle autonomie locali e soprattutto le risorse finanziarie. Insomma, un vero ginepraio.
Così, con l'aiuto del cane, ho composto il numero verde di Scuola Radio Elettra e mi sono iscritto a un corso per corrispondenza per costituzionalisti 2.0 che si concluderà il 2 dicembre, giusto in tempo per il voto. Il docente è Fabrizio Corona, con il supporto di Di Maio per i passaggi più intricati.

Con tutta probabilità mi accompagnerà Graziano Pellè, che tornerà dalla Cina solo per il referendum (che ormai in nazionale si è bruciato). Io indosserò un completo alla Bocelli, con occhiali prestati da Stevie Wonder e arriverò sulla Peugeot di Ray Charles guidata da Alex.

Il cane quando ha visto che mi sono cavato gli occhi, ha perso la pazienza. Mi ha detto: "Stronzo, tu non sei qualificato per il referendum, ma io non ho fatto il corso da cane guida. Ora, il tuo post idiota te lo scrive Italo. Dettalo a lui, così smette di guardare Barbara D'Urso per una manciata di minuti".
"E tu che fai?" gli ho chiesto.
"Ti ho ordinato una ruota per criceti formato gigante su Amazon, così mentre faccio il corso da cane guida, ti tieni in esercizio senza farti male".

Quindi ha chiamato anche lui il numero verde di Scuola Radio Elettra, ma lui non fa il corso per corrispondenza. Ha preferito un mese in un agriturismo di Anguillara. Ha sentito dire che lì ci si diverte un casino.

08 settembre, 2016

Inno alla cultura

Per qualche giorno non visiterò il pollaio. Salvo imprevisti tornerò il diciannove settembre. Il diciannove l'ho sempre messo tra i numeri buoni, da non disprezzare. Ho avuto delle buone cose dal diciannove, stavolta tornerò nel pollaio e chissà che non troverò ad attendermi una bella sorpresa. Speriamo, non costa nulla.
Una mia amica ha scritto su FB questa frase: "Molte persone sono vive perché è illegale sparargli".
Come darle torto? È la pura verità. Se si rimuovessero certi ostacoli, suppongo che il mondo diverrebbe in breve scarsamente popolato. I sopravvissuti dovrebbero fare i conti con una popolazione piuttosto vivace, aggressiva e determinata, una rivisitazione del "tutti contro tutti" che giocavamo nel cortile sotto casa quando il pallone era uno e i ragazzini non avevano voglia di organizzarsi, ma solo di tirare calci e correre fino allo sfinimento. Bello.
Su quella frase si può ragionare molto. È una frase preziosa che racchiude molte riflessioni. Il senso di una società, della civiltà stessa, dei nostri istinti, della difficoltà di procurarsi un'arma. È assurdo dover arrivare negli Stati Uniti per poter acquistare una bella automatica da scaricare con gaudio contro qualcuno inerme. Ma quando ce lo esportano questo progresso? #marinovattene
Poi vorrei capire se c'è qualche scorciatoia per aggirare la legge, qualcosa di facile. Cercherò un video su iutubb, tanto lì c'è un esempio per tutto, e una buona parola per qualcuno. Magari non si può sparare, ma sequestrare e torturare fino alla morte sì. In Egitto lo fanno e hanno una cultura molto più antica della nostra. Qualcosa vorrà dire; bisogna sempre tenerlo presente, senza farsi prendere dalle emozioni. Anubi, illuminaci!
Comunque è una frase importante, mi suggerisce che siamo liberi e non lo siamo per lo stesso motivo: regole. Quelle che limitano me, ma anche Ndrondrone (per quelle che riesce a capire, un po' come Di Maio).
Dopo ore di andirivieni isterico, si è seduto. Pensavo che non l'avrebbe fatto più. La pressione sale e ripenso a quella frase, è un pensiero circolare, di quelli fastidiosi come il motivetto idiota che ti resta in mente dopo averne ascoltato pochi secondi facendo zapping alla radio: "L'estate sta finendo, andiamo a comandar!" #scusagiuniscusa
Stamattina ho precisato su FB che io non affronto la politica né il resto della mia vita come un tifoso. Che cerco di essere il più libero possibile, soffrendo tuttavia le regole che mi impediscono ancora di liquidare Ndrondrone. Resetto ogni mattina, senza dimenticare, ma riparto, valuto e scelgo sulla base di ciò che vedo. Il mio problema, e per un momento non sono ironico, è che ho grandi problemi di memoria e faccio fatica doppia o tripla a considerare un evento, perché devo ricostruire molto di ciò che ho dimenticato per giungere a una conclusione di cui mi senta un minimo confidente. Mi succedeva già a scuola, ma chiedetemi qualcosa su un film degli anni '50 o su un disco del '72 e vi stupirò. In pratica ho la miglior memoria inutile della mia generazione.
Tornando al tema, disprezzo questo metodo del like o not like su qualunque tema, anche sul tema del like o not like. Questa esigenza di semplificazione la stanno inculcando, più o meno volutamente (#complottounisciipuntini), attraverso strumenti che proliferano sotto la pelle della coscienza (un discorso che necessiterebbe di un approfondimento a parte). È una semplificazione che allarga il bacino (come la legge Gasparri), che accoglie i meno preparati, che legittima i pensieri più superficiali. Crea curve da stadio ovunque. Umberto-mberto-erto-to aveva ragione.
Il problema non è soltanto l'assurdità di dover dividere tutto in buono e cattivo, bello o brutto. Bambini di tre anni sanno già andare oltre questa concezione ed è quindi facile intuire quanto sia degradante riportare a questo stadio degli adulti. No, questo allargamento esploso sul web (ma in rapido trasferimento anche fuori da esso) suggerisce, a mio parere, una dimensione ancora più terribile, si sta concretizzando la realizzazione dell'individuo nella misura in cui esprime la propria posizione su qualunque cosa o contro qualunque cosa e, nella punta più estrema, in una battaglia continua contro chiunque la veda in modo differente.
Alle 7:30 di mattina leggo post asprissimi pubblicati da persone che stimo, che si svegliano e si affannano a sottolineare per la milionesima volta, spesso con parole di altri, quanto siano pro o contro qualcuno/qualcosa. Cazzo, non è necessario, non quanto il caffè, comunque. E non cambia nulla questa infinita definizione. E non è mai tutto nero o tutto bianco. Solo Ndrondrone è tutto scemo.
Inspirate, contate fino a tre, espirate. Pensate che si può cogliere il meglio da tutti e non trovare il peggio in tutti.
Mi piacerebbe, come a tutti, avere una classe politica che pone sopra ogni cosa la dignità della singola persona. Che persegue la crescita della nazione attraverso l'educazione. Perché l'educazione genera tutto: benessere, civiltà, rispetto, accoglienza e, ovviamente, una classe politica migliore della precedente. Mi piacerebbe, appunto.
Ed è per questo motivo che l'unica battaglia che per me avrà sempre ragione di essere combattuta è quella all'ignoranza, perché tutto può essere ricondotto a quello. Gli errori e gli orrori commessi in nome di qualunque cosa, sfruttano l'ignoranza. La politica sfrutta l'ignoranza, le religioni lo fanno. Lo dice la storia. A un popolo colto, che non si tatua "vaffanculo culo moscio" in cinese senza accorgersene, non interessa metterti il pollice su FB, ma votarti o cacciarti via col voto. Non gli racconti che l'acqua è asciutta se hai finito gli asciugamani. Preoccupiamoci di conoscere, perché conoscere è anche saper riconoscere.
Perché l'unica vera assoluta libertà passa per la conoscenza. Perché un mondo in cui tutti, ma proprio tutti, avessero l'accesso alla conoscenza, sarebbe un mondo in cui il cattivo si vedrebbe come uno stronzo di cane sulla neve e a cui potremmo rivolgere la canna della pistola per un esilio, quello sì, senza indulgenza.

Come dicevano i Clash: "We're against ignorance". Cazzo, aggiungo io.

08 agosto, 2016

Quella strana vacanza a Zagabria.

Leggevo dell'incidente occorso ad Adriano. Mi dispiace per lui, ma non mi sorprende più di tanto: è sempre stato schiavo del suo storico tormentone. Quando iniziammo a fare parapendio, ormai molti anni fa, appena toccavamo terra intonava quel ritornello strillato e roco. L'istruttore, un ex-paracadutista di Belluno lo guardava con divertimento e, più per spegnere le grida, che per reale convinzione, si organizzava subito per il volo successivo. Per la legge dei grandi numeri, prima o dopo sarebbe dovuto accadere.
Comunque questa sventura del Pappa, mi ha fatto ricordare uno strampalato viaggio in Croazia (all'epoca splendida Jugoslavia) in compagnia di Werner Herzog e K.K. Era più o meno questo periodo dell'anno, a pochi giorni dal ferragosto. Werner mi chiamò dopo colazione, lo ricordo con certezza, perché corsi dal bagno ancora a braghe calate (nel 1985 non esistevano i cellulari). Quando gli confessai che mi aveva beccato sul trono,  ridemmo di gusto. Werner è un uomo di grande cultura e per questo trova divertente anche l'umorismo alla Gianni Ciardo.
Comunque mi chiese se volessi accompagnare lui e K.K. a Zagabria. Colse la mia perplessità e quindi mi spiegò che K.K. era infastidito dalla notorietà di cui ancora godeva Bela Lugosi, nonostante la sua formidabile interpretazione di Nosferatu. Aveva deciso di andare oltre, voleva fare abbattere la distanza tra l'attore e il personaggio.
Esclamai: "Werny, ma che cazzo si è bevuto stavolta?"
"Niente, lo giuro. E' quasi un mese che va avanti questa storia, e se non lo porto a Zagabria non se ne esce".
"Scusa l'ignoranza, ma perché Zagabria? Ma non è più logico andare in Transilvania per queste cose?"
"Ma dove vivi? Non lo sai che i dentisti in Croazia costano la metà?"
A quel punto realizzai: K.K. voleva farsi impiantare due canini super-extra-lusso. "Ma non gli basta una dentiera col fischietto, di quelle di Carnevale? C'è un giocattolaio sotto casa mia che le vende a 1500 lire".
"A K.K.? Scherzi? No, lui vuole l'impianto funzionante".
"Capisco, è una questione seria. Mi do una pulita e ti richiamo".
"Ok, ma sbrigati!"
"Ah, prima che mi dimentico: io per ferragosto avevo già in programma un viaggio in Polonia con l'amico di Martucci".
"Ma con le calze?"
"E le penne. Abbiamo già tutto, si va a Cracovia", spiegai.
"Eh, vediamo. Al limite prendi un aereo da Zagabria e lo raggiungi".
Finì che ci incontrammo a Trieste e da lì, con l'auto di K.K., proseguimmo insieme. Pareva di viaggiare nella macchina degli Addams: un incrocio tra un carro funebre e un castello ambulante. K.K. l'aveva fatta personalizzare e si era attrezzato perfino un sagello dove riposare durante i lunghi tragitti. A me sembrava un tantino eccessivo, ma Werner si era raccomandato di non dargli peso, per non aggravare l'ossessione del nostro amico.
Per inciso, con la scusa del vampirismo, se ne stava tutto il tempo incappucciato e con le mani incrociate e a noi toccava guidare.
Per fare conversazione bisognava provocarlo parlando di Bela.
Arrivati a Zagabria riuscimmo a convincerlo a vestire un po' più casual, per non dare nell'occhio. Facemmo leva sul fatto che un vampiro a zonzo sotto il sole a picco attira l'attenzione.
Cercammo subito un barbiere: doveva radersi la pelata con cura una volta al giorno.
Nel pomeriggio andammo dal dentista. Aveva un attico stile Bertone in piazza Petar Preradović, le finestre affacciavano sulla cattedrale della Trasfigurazione del Signore, una coincidenza bizzarra, viste le intenzioni di K.K.
Io e Werner avevamo provato a dissuaderlo con cautela, come quando si fa con un adolescente che voglia tatuarsi un giaguaro sulla scapola o un ideogramma sulla pancia, se ne avrà a pentire prima o poi, ma K.K. è sempre stato cocciuto come un asino di Orosei.
Il dentista, tale Franjo Susic, gli scarabocchiò un paio di idee sul retro di un manoscritto del XIII secolo.
La prima bozza avrebbe trasformato K.K. in una specie di tigre dai denti a sciabola, col rischio di infilzarsi il costato al primo colpo di sonno. Nel secondo, più discreto, i due grossi denti avrebbe poggiato sul mento, anche qui, soluzione poco pratica.
Cercando di aiutare il mio amico, lanciai l'idea di una dentatura retrattile. Werner alzò il sopracciglio incuriosito, mentre K.K. ordinò: "Disegnalo!"
"Ok", risposi. Allungai la mano per farmi passare la penna dal dott. Susic, ma questi sghignazzò: "Te la sogni questa penna, è appartenuta a Paracelso!"
In effetti sembrava una BIC piuttosto antica e preziosa. Non potevo perdermi in una discussione del genere. Mi guardai intorno e, non vedendo alcuna penna a disposizione, chiesi loro di aspettare e andai a recuperare il borsone per Cracovia dal portabagagli della macchina.
Per sbrigarmi portai su tutto.
Quando tirai fuori il pacco di BIC, K.K. mi sgranò gli occhi e posso assicurare che quello sguardo era inquietante anche senza zanne sguainate. "Ma che cazzo ci fai con tutte quelle penne?" esclamò in dialetto transilvano.
"Devo fare ferragosto con l'amico di Martucci, a Cracovia", risposi.
"Non mi avevi detto niente".
"K.K., sono due giorni che parliamo solo di denti e di Bela Lugosi", lo rimproverai bonariamente.
A quel nome fu scosso da un brivido. "Ok, ok. Ma a che ti servono quelle penne a Cracovia?" chiese, mentre anche Franjo si sporgeva dalla sua poltrona Luigi XV.
"Be', insomma, insieme alle calze di seta che ho nel borsone, dovrebbero spianarci la strada..."
"Ma di che parla?", si intromise il superdentista.
Chiusi il pugno e feci un gesto inequivocabile col braccio. Improvvisamente fu come se un enorme sole si fosse acceso in quello studio sterminato.
K.K., in un unico elegante movimento, lanciò il mantello oltre una finestra aperta e spianò la gobba. Sul viso gli si aprì un sorriso da marpione. Franjo Susic allontanò con un calcio la costosa poltrona mandandola in frantumi e si piazzò a gambe divaricate in una posa alla Elvis Presley: "E se mi aggregassi? Ho una collezione di penne antiche!"
Io restai con la BIC in mano, a bocca aperta. Incrociai lo sguardo di Werner, silenzioso alle loro spalle. Mi sorrideva sornione, forte della sua profonda conoscenza dell'animo maschile che così si può riassumere: "Tira più..."
Nel pomeriggio partimmo per Cracovia su una Rolls bianco perla del nobile odontoiatra. Che poi, coi prezzi dei dentisti a Zagabria, ancora non sono riuscito a spiegarmi come avesse accumulato tante ricchezze.
A Cracovia incontrammo l'amico di Martucci, aveva dimenticato penne e calze, ma ne avevamo d'avanzo.
K.K. si trasformò in una specie di Sukia al maschile, Vlad III di Valacchia impallidirebbe al racconto della devastazione che K.K. riuscì a portare nella città polacca.
Anche l'odontoiatra piazzò qualche otturazione e non fu da meno l'amico di Martucci. Werner e io li lasciammo fare, sono bimbi, si sa.
Werner riprese qualche scena, che poi, saggiamente, decise di dare alle fiamme.
Una sera, mentre K.K. gongolava tra due polacchine, Werner mi si avvicinò: "Guarda. Osserva", suggerì intrecciando le mani nel classico gesto dell'inquadratura. "Ha abbandonato il ruolo, la sua ossessione, e ora è felice".
Mi sentii in dovere di correggerlo: "Werny, a me sembra solo che abbia cambiato ossessione. Ha ancora delle brutte occhiaie, ma non sono più fatte con la matita".

04 agosto, 2016

Pranzo ad Alghero, in compagnia di uno straniero.


Ndrondroni esclusi, l'ufficio in agosto è più tranquillo.
Così oggi, stufo dei panini del bar, ho deciso di prendere un aereo per mangiare un boccone in spiaggia ad Alghero.
Volevo arrivare a Castelsardo, ma rischiavo di non fare in tempo per uno staff meeting fissato alle 14:00.
Sulla spiaggia di Alghero, passa quotidianamente un tatuatore indiano che realizza ritratti impressionanti anche sui petti villosi. Gli ho visto realizzare un Chuck Norris in venti minuti che levati! I capezzoli sono diventati occhi penetranti e il vello una fantastica criniera con barba.
Quando sono arrivato, mi sono subito sparato un metro quadro di carasau imbottito di porceddu e innaffiato di mirto bollente. Una vera delizia per il palato.
Contavo che arrivasse l'artista, avendo deciso di omaggiare la mia compagna incidendomi uno suo ritratto a dimensioni reali con sotto la scritta 'A una persona piace questa foto' accompagnata da un bel pollice all'insù. Una cosa moderna, social, trendy. Tutto ciò che mi appassiona, ma si sa che la vita ci riserva spesso delle sorprese ed è stato così anche ad Alghero.
A due ombrelloni di distanza ho notato un vecchietto rinseccolito infilato in un poncho malmesso.
Lì per lì non l'avevo riconosciuto, sebbene quella mise mi risultasse bizzarra nonostante l'ambiente vezzoso che sono solito frequentare ogni giorno.
Poi ha sollevato il braccio e infilato il sigaro in bocca: era il mitico Clint Eastwood!
E' tanta l'ammirazione che provo per lui, più come regista che come attore a essere sinceri, che non potevo evitare di andare a incontrarlo.
Ho preso una bottiglia di filu 'e ferru' dalla borsa frigo (perché avevo letto su wikipedia che ne va ghiotto) e mi sono diretto verso la sua temporary beach house.
Clint è silenzioso, ha lo sguardo imperscrutabile, più rughe di E.T. e un fascino che odora di tabacco andato a male.
Se ne stava seduto con gli stivali buttati da un lato, coperti da uno Stetson meraviglioso. Mancava solo il lazo per una perfetta natura morta western. Lo chiamo, ma non batte ciglio. Provo con l'accento di San Francisco (ne padroneggio almeno una ventina), ma continua a fissare imperterrito davanti a sé, verso il mare splendido della Sardegna.
Con garbo, provo a sventolargli davanti la bottiglia di nettare trasparente, senza preavviso l'afferra con un movimento fulmineo, il movimento Sergio Leone #24. Sorrido, lui non corrisponde. Ma quanto è guappo!
Con un morso strappa il tappo di sughero, lo sputa via insieme alla dentiera!
Tracanna senza staccare gli occhi dall'orizzonte. Poi la infila per metà nella sabbia, non si preoccupa di passarmela.
E' proprio Clint Eastwood, cazzo! Vorrei essere Eli Wallach per gridargli "Ehi, biondo, non conosci le buone maniere?"
Ne sorseggio un po' anch'io e la ripiazzo nella sabbia. Sta passando il tatuatore, ma ormai il mio obiettivo è parlare con Clint. Mi organizzo per un selfie accanto a lui, ma come preparo la fotocamera sento un 'ntz-ntz'. Mi volto, lui sta facendo rotolare tra i denti il sigaro, orienta le pupille verso di me e ripete 'ntz-ntz', vuol dire niente foto.
Rimetto subito in tasca il telefono.
"I've read your opinion about Trump", azzardo, per scoprire se l'argomento lo interessa. Stringe per un attimo il sigaro, poi si rilassa.
"It was interesting: He says stupid things, still you're going to support him" aggiungo. Non so se il mio inglese lo aggradi, ma il senso dovrebbe coglierlo. Nessuna reazione.
Mi rassegno, dopotutto è già meraviglioso trascorrere qualche tempo sulla spiaggia assieme a uno dei miei miti.
Passa un quarto d'ora, beviamo un altro po' e comincio a fissare anch'io l'orizzonte.
Un vociare alle nostre spalle attrae la mia attenzione. C'è un gruppo di persone armate di telefonini che arretrano riprendendo qualcosa.
Allungo il collo per capire cosa succede: stanno filmando l'avanzata di una coppia. Sono Fortini e Muraro. Lui infilza cartacce, lei gli tiene aperto un saccone nero per l'indifferenziata. Si sorridono, sembra scoppiata la pace. Giungono fino a noi. L'arco dei cronisti si allarga includendo anche Clint e me, sono così concentrati sulla strana coppia che nessuno sembra riconoscere il cineasta americano.
"Ecco, vede?" esclama Fortini con piglio autorevole. "Si trovano schifezze anche sulle meravigliose spiagge della Sardegna, e i turisti ci si accampano accanto senza protestare. E' così: nella rassegnazione alla sporcizia, che si viene sommersi dai rifiuti!"
Non capisco a cosa si riferisca, ma la Muraro annuisce compiaciuta e allarga la bocca del sacco.
Quando Fortini allunga la pinza, Clint sguaina la Colt e gliela punta in faccia: 'ntz-ntz'.
Tutti restano paralizzati, i cronisti continuano a filmare. Scoprirò in seguito che c'era anche una diretta web in corso. "Si calmi, metta via quella pistola! Voglio solo raccogliere quella schifezza gialla accanto a lei", prova a spiegare Fortini.
'ntz-ntz'
La Muraro riconosce quel volto e cinguetta: "Ma è Clint Eastwood!", un brivido percorre i presenti. Una cronista sviene per l'emozione.
"Signor Eastwood, vogliamo solo ripulire la spiaggia", aggiunge la dirigente. Poi un omone obeso allarga la fascia dei cronisti. E' grondante d'acqua, di ritorno dal bagno, è calvo e lentigginoso. Si china verso la schifezza, fa l'occhietto a Clint e se la piazza sulla pelata. "Thank you, pal!"
Clint annuisce. "I'm not going to support you anymore", aggiunge.
Il ciccione lo guarda perplesso.
"You told me you can't swim", continua Clint. "I don't care if you say stupid things, but you're a lier. I brought you here to check".
"But I could have died".
"Yes, but honestly".
In lontananza sento Tuco gridare "Ehi, biondo... Lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima putt..."
Clint si gira e mi passa la bottiglia. "I think I'm going to miss the staff meeting", osservo.
Il biondo sorride.

A cena con David Zard e Dario Baldan Bembo

Ieri pomeriggio mi chiama David Zard, è a Roma insieme a Dario Baldan Bembo e mi chiede se ci si vede per cena.
Verifico i miei appuntamenti con la segretaria, poi lo richiamo "OK, ti mando le coordinate di gmap via mail".
"Mandale a Dario", mi dice lui: "Io uso lo StarTAC".
E' sempre stato un po' reazionario.
Lo porto da "Gino lo Scavezzacollo", un ristorante storico in cui si cucina qualunque cosa, ma con specialità di pesce e carne. Mi conoscono, e quando entro con i due miei amici, mi danno un tavolo tranquillo, all'angolo della sala.
David mi confessa di esser diventato un vegano integralista, da due settimane, e districarsi nel menù non è banale.
Mentre si abboffa di carote e altre soluzioni creative, da Gino i vegani sono fuori luogo, io e Dario sbraniamo carpaccio di cuore di cerbiatto, cervello di rane, purea di zinne di vacca.
Gli chiedo come mai è a Roma.
"Mi ha chiamato la nuova giunta".
"Devono organizzare un concerto in piazza?"
"No, è per la raccolta dei rifiuti".
Sbarro gli occhi e mi lecco le dita dal sangue dell'agnello moribondo accasciato sulla fiamminga posta tra me e Dario. "I rifiuti?"
"Sì".
"E in che modo dovresti aiutarli?"
"Sai che vogliono cambiare rotta, che vogliono rompere con i vecchi metodi, la vecchia politica, bla-bla-bla?"
Annuisco e lui continua. "L'idea è di sfuttare le mie capacità organizzative nello spettacolo per organizzare eventi abbinati alla raccolta differenziata settimanale. Chi non va a un evento organizzato da David?"
Dario sorride mentre strappa il polmone a un pulcino pigolante.
"La peppa, che trovata!" esclamo impressionato. "Stavolta hanno fatto centro! Spero tu accetti!"
"Eh, non sono sicuro".
"Perché? Aiuteresti tanto Roma".
"Sono impegnato nell'organizzazione del megaconcerto di Pineto, e purtroppo c'è qualche problema".
"In che senso? Ho letto che Orietta è in gran forma".
"Sì, dopo il risveglio dall'ibernazione sta che è una meraviglia, ma non riesco a trovare il giusto gruppo d'apertura".
"Vuoi scherzare? Faranno la fila!"
"Macché. Ho provato anche a Roma la settimana scorsa, ho fatto centinaia di audizioni tra gli emergenti. Vorrei dare l'occasione a dei ragazzi. Ma tutte queste band alternative sono terrorizzate dal giudizio dei social. Il fatto di avere il mare sullo sfondo, un palco di quattrocento metri quadri, l'amplificazione di campovolo e centomila spettatori non basta. Loro devono stare nella serata "giusta". Non suonano prima di Orietta neanche a pagamento".
Interviene Dario, "Gli ho detto di fare come l'anno scorso. Ha la soluzione già pronta, ma vuole INNOVARE".
"Scusa, ma parli degli Slayer?"
"Sì, aprirono il concerto di Orietta e fu grandioso. Duettarono con lei in 'Finché la barca va'. Senza considerare cosa combinarono in albergo dopo il concerto. Osvaldo è ancora imbarazzato. Sono ad Alba Adriatica tutto il mese".
"Scusa, ma sei riuscito a convincere gli Slayer e non riesci a convincere un gruppo emergente?"
"I più grandi sono sempre i più umili. Loro erano qui per una vacanza gastronomica a base di arrosticini e olive ascolane. Come ho prospettato la possibilità di suonare sul lungomare e garantirsi una settimana di cibarie gratis (a onor del vero pretesero anche montepulciano a volontà) hanno firmato".
D'un tratto vedo David tendersi in viso. Do le spalle alla sala e quindi non capisco cosa stia seguendo con lo sguardo, ma è sempre più nervoso. Provo a richiamare la sua attenzione, ma mi fa un gesto brusco con la mano. Continua a guardare da sinistra a destra e ritorno e mi intima di non voltarmi. Senza distogliere l'attenzione dal misterioso obiettivo alle mie spalle, rovista sul tavolo finché non afferra un grosso coltello che ci avevano lasciato per affettare una cucciolata di cinghiali. David è rosso in volto, sconvolto dall'ira, ma concentrato su qualcosa o qualcuno. Non vorrei essere quel bersaglio. Sento un ringhio salirgli dalla gola e infine, urlando un "Fermati maledetto!", scaglia con violenza il lungo coltello affilato. Sento un versaccio soffocato e poi un grosso tonfo sordo.
A quel punto mi alzo di scatto e mi volto.
Ndrondrone è lì, agonizzante, con le mani cerca di estrarsi la lunga lama che gli ha attraversato il collo recidendo la carotide.
"E cazzo!" esclama David, "E' da quando ci siamo seduti che fa avanti e indietro e ciondola quella testa enorme!"
Gli stringo una spalla. "Ti capisco".
Ci sediamo tranquilli, qualcuno nella sala applaude. Dei camerieri trascinano via la carcassa, il barbecue è sempre acceso nel giardino.
Il volto di David è tornato sereno. Si riempie il bicchiere di vino e chiama il cameriere.
"Vuole altre carote? Offre la casa" gli dice con un sorriso sincero.
"No, grazie. E' possibile avere una tagliata di cuccioli di panda?"
"Ma certamente! Anche questi li offre la casa per..." il cameriere tentenna, ma indica con la mano la pozza di sangue sul parquet lucidato.
"Ottimo! E dell'altro vino!"
Gli altri ospiti della sala lentamente si avvicinano, si radunano intorno a noi. E' il magnetismo di David.
Con lui ogni occasione diventa un evento, un successo.
Salute!

10 marzo, 2016

Una faccenda di culo



Stamattina, mentre - chiuso in un cubicolo ventilato di 4mq - davo un senso alla mia giornata lavorativa, sono stato colto da un pensiero improvviso e sconcertante, così totale e violento da spazzare via tutte le certezze costruite con fatica in decine d'anni di apprendimento e riflessioni.
Il pensiero è iniziato così: "E se fossi nato..."
Da questo incipit si sono sviluppati rami imprevedibili, ve ne elenco soltanto alcuni:

  • afgano
  • ricco
  • rom
  • superdotato
  • donna
  • a Pechino

Ho capito, con estrema velocità, anche grazie all'impellenza dell'aria pestilenziale che mi stava avvolgendo, che le possibilità erano sterminate e che, proprio a causa di questa varietà, la proposizione legata alla subordinata di cui sopra (usando correttamente congiuntivo e condizionale) possedeva un contenuto di natura esistenziale terribile. Di seguito qualche esempio (tutte situazioni del tutto fantasiose eh):

  • afgano - sarei stato ridotto in poltiglia durante una missione di pace
  • ricco - avrei vinto le primarie del PD a mani basse
  • rom - avrei dovuto spiegare che zingaro è un termine generico a connotazione dispregiativa associato a molte etnie
  • superdotato - avrei avuto un bel lavoro, faticoso, ma appagante
  • donna - avrei ripreso da ieri a tirare l'aratro
  • a Pechino - non sarei stato cattolico! Urka! Com'è possibile? Ma non è l'unica religione che contiene la verità e tifa per il solo unico dio giusto e reale?

Insomma, mi è venuto l'atroce dubbio che sia tutto frutto del caso. Sì, insomma, bastano un gene, un cromosoma, l'accidentalità del luogo o della famiglia di nascità per determinare non solo la tua prospettiva di vita, ma anche le tue convinzioni.

Un bel problema. La carta era quasi finita. Mi sono lasciato alle spalle una brutta faccenda e sono tornato alla scrivania con questo nuovo dilemma: è davvero solo una questione di culo?

Sono sicuro che tutti voi, persone intelligenti e razionali, siate giunti a questa banale conclusione da moltissimo tempo, ma io ho sempre sofferto di pigrizia intestinale.

16 febbraio, 2016

L'intollerabile tolleranza.

Padre Groeschel: "Sono i bambini che seducono i preti".
Cardinale Bagnasco: "La chiesa non denuncia i preti per tutelare le vittime degli abusi".
Fossi una qualunque di quelle vittime avrei da tempo esaurito la pazienza.
Fossi un qualunque genitore di quei bambini seduttori avrei, con buone probabilità, perso anche il controllo delle mie azioni.
Le scuse in mondovisione valgono quanto le promesse di un politico o una dissertazione filosofica di Barbara D'Urso.
La credibilità si guadagna facendo tabula rasa, subito, senza sconti e indulgenze.
Sempre che lo si voglia fare, perché - al momento - ai miei occhi profani, arriva solo un restyling moderno e accattivante di quanto già visto col pastore tedesco e coi suoi degni precedenti datori di lavoro.

09 dicembre, 2015

Un POSt in economia

Il papà di Luigino va dal fruttivendolo e compra una mela (è tempo di crisi), non avendo moneta contante con sé (nonostante il tetto sia stato innalzato a tremila euro), come indicato nella legge di Stabilità, estrae il suo bel bancomat e lo porge al fruttivendolo.
«Sono 5,50 euro» gli dice affabile il venditore porgendogli il dispositivo per l'inserimento del PIN.
«!@XXX/?^!!!§*éLç» esclama a gran voce il papà di Luigino. Poi, più pacatamente: «Ma è solo una mela. Di cosa è fatta, oro massiccio?»
«No, è agricoltura tradizionale, neanche biologica. Sa, il pagamento con il POS ha indotto un leggerissimo ritocco dei prezzi. Ci sono le commissioni a nostro carico...»
«A nostro carico, vorrà dire!»
Il fruttivendolo assume un'espressione d'indifferenza e Luigino oggi mangia una pera del giorno prima (prima della legge di stabilità).

Perché tutto questo?
Io, che non sono un economista, mi sono fatto il classico conto della serva (come diceva sempre Totò "La serva serve").
Di recente è sempre più attuale la parola "deflazione". Sta diventando un termine glam, virale come il già accantonato "spread".
La deflazione è l'opposto dell'inflazione.

La deflazione è, in macroeconomia, una diminuzione del livello generale dei prezzi (fonte wikipedia).

Il problema non risiede tanto nel fatto in sé, ma nel peccato più grave che consente di considerare tra le voci previsionali del bilancio di una nazione il tasso di inflazione e su di esso basarci, insieme a mille altri parametri, la stima del PIL.
Così, se per ipotesi si entra in deflazione, il PIL stimato rischia di non essere raggiunto, con inevitabili ripercussioni e conseguente esigenza di correzione (tagli, tasse, etc.).
In sostanza, se i prezzi diminuiscono, bisogna fargli rialzare. Pazzesco eh? Già.
Di metodi ce ne sono infiniti, ma quello escogitato dai nostri geni del male è al tempo stesso efficace e, perché no, anche favorevole alle banche.
L'imposizione dell'utilizzo del POS per qualsiasi importo di spesa, produrrà più commissioni.
Sì, le associazioni dei commercianti hanno subito contestato, ma si fa presto a prevedere dove finiranno le commissioni sul prezzo di un caffè... Voi che dite?
Con buone probabilità saranno inserite, assieme alla carota (e non al posto), nella tasca anatomica anche di quegli ortolani che continueranno a pagare il caffè con i contanti.
Ci sarà un rimbalzo dei prezzi che contrasteranno il tanto fastidioso fenomeno della deflazione e la banche (così tartassate dai governi marxisti-leninisti degli ultimi decenni) avranno un piccolo favore, anche per quei tremila euro in contanti.
Ah per i tremila euro ho già individuato due applicazioni perfette (una delle quali decisamente illegale) nella vita quotidiana. Non appena trovo il modo di esporlo in modo potabile, vi passo la dritta.

03 dicembre, 2015

Una riflessione del tutto personale

È tantissimo tempo che non scrivo un post. La scrittura è diventata una ferita aperta che duole anche quando me ne prendo cura. Ma avevo bisogno di mettere in ordine questo pensiero degli ultimi giorni. Una riflessione del tutto personale cui dovevo dare sfogo.

Ho sempre avuto la convinzione che il nostro destino, il percorso che facciamo, sia uno slalom tracciato da un numero finito di paletti, momenti significativi di natura diversa.
Alcuni di questi "nodi" sono gradini della scala di consapevolezza che dovremmo progressivamente salire man mano che cresciamo.
Qualche sera fa credo di aver riconosciuto uno di questi passaggi.
Mi sono reso conto che un dolore lontanissimo, la cui eco ancora torna a disturbarmi con frequenza quasi quotidiana, offriva uno spiraglio di uscita mai considerato prima. Questo spiraglio era rappresentato dalla possibilità di ringraziare chi aveva causato quel dolore e di ritenermi fortunato perché quel dolore mi era stato procurato.
Sembra pazzesco, paradossale o masochista, e forse è un po' tutte e tre queste definizioni, ma è anche vero.
Il punto è che alcune delle illusioni di cui ci nutriamo, quando iniziano a sgretolarsi, si rivoltano contro di noi divorandoci a loro volta. E nella sorda ostinazione del non voler o saper riconoscere che i piatti della bilancia si sono invertiti, accogliamo l'inizio strisciante di un'infinita agonia mascherandola di giustificazioni che appaiono solide soltanto ai nostri occhi.
Il punto è che con l'età credo di aver capito di preferire un boia a un aguzzino. Ma è molto più difficile incontrarne. Nel mondo che tendiamo a costruirci scegliamo spesso la mezza verità, la mediazione, la correttezza apparente alla verità brutale. Perfino il boia a volte non ha la forza di dirti perché ti taglia la testa, ma te la taglia e passa oltre.
Io raramente riesco a essere boia e questo, per la maggior parte del tempo, non mi aiuta a stare in pace con me stesso.
Quello di cui non ho parlato è il perdono, perché nella mia idea di perdono è necessaria la comprensione. Non posso perdonare qualcosa che non sono in grado di capire, non condividere, ma capire.
Nonostante tutto, il male cui faccio riferimento non l'ho mai capito fino in fondo e quindi mi è impossibile archiviarlo, ma so – quando non mi racconto cazzate – che è stato meglio così.

23 febbraio, 2012

Prove di fattura

Succedono cose che non succedono.
In questo vagare imbarazzato e impacciato nell'atmosfera sobria che vien dai monti, può capitare di assistere a scene degne del peggiore stato di alterazione da mix di sostanze psicotrope.
La faccio breve: frequento le sale prova (per chi è meno esperto, sono salette affittate a ore per suonare con un gruppo musicale) da oltre 20 anni. Ne ho frequentate di ogni tipo, dalle pseudo-catacombe scavate con le unghie sotto le strade di San Lorenzo, alle ultramoderne e costose in cui gente famosa prepara il repertorio prima delle tournee.
Ebbene, mai, neanche una volta, neanche quando si facevano tirate di sei ore con registrazione inclusa, MAI, all'atto del pagamento è stato mai emesso scontrino, ricevuta o fattura.
Le sale prova erano attività sconosciuta al fisco.
Ieri sera, nella sala in cui sto provando con degli amici da novembre, uno dei ragazzi che la gestisce, mentre sfoderavamo i nostri virili strumenti, ha chiesto se uno di noi poteva fornirgli i dati minimi per emettere fattura.
Questo ha provocato un sussulto in tutti noi, poveri musicanti falliti. Al chitarrista che snocciolava i suoi dati anagrafici tremava la voce per l'emozione.

È stata una piacevole e bizzarra sensazione. Non confondendo questo con un giudizio personale di quello che stanno combinando in questo paese, è innegabile che la strizza resti un ottimo educatore!

07 gennaio, 2012

Quel sottile legame tra la legna e la F..gna

Un omino ordina 20 quintali di legna. Ha un'entrata stretta e si preoccupa di avvisare il venditore. Il venditore lo rassicura che verrà con un mezzo piccolo. Il venditore non trasmette l'informazione al trasportatore, che arriva con un mezzo largo. L'omino e il trasportatore, si rimboccano le maniche e spalmano il mezzo di vasellina, per farlo entrare almeno un minimo nel vialetto, ma non possono andare oltre e il trasportatore deve scaricare lì la legna. L'omino si ritrova l'informe catasta che lo barrica in casa. Le auto sono bloccate. Così l'omino deve rimuovere in un solo giorno tutta la legna. E deve farlo in due fasi: prima la deve spostare tutta al posto previsto per lo scarico, una volta lì, deve nuovamente spostarla fino alla legnaia e riporla. Risultato: l'omino si è sistemato, in circa 5 ore, 40 quintali di legna, anziché 20, stasera va a farsi una pizza (cotta in un forno a legna) e augura al venditore, per tanto tempo ancora, di non vedere più quella cosa che inizia per "F" e fa rima con legna.

27 dicembre, 2011

De tuailait saga: brechin bols e la maledizione del Completismo

Mesto meriggio, che per un cinema oscuro miglior opere bigio.
Un matrimonio, una collana d'aglio, chili di cerone e un fritto di scalogno, quando il dente aguzzo sporge e il pelo irto cresce, uno sbadiglio scuote un pathos che non cresce.
Telenovela transilvana in salsa americana, con Lupo de Lupis languido con smartphone e bandana.
Dove il cerone incespica su carne color rosa e l'ululare echeggia in CiGiAi schifosa, è bene aver trastulli per evitar la prosa.
Lo feci per amor, per pietas e caritas, 'ché niuno volle offrirsi e a me toccò il tormento.
Se pur si è visto il primo, lo seguito e lo terzo, non lo ordinò lo medico di beccar puro questo!
L'età in soccorso vien per superar perigli, arrotondar li spigoli e porre novi veti.
Il giovane soccombe al sequel e al malloppone, ma quando i calendari si ammucchiano alle spalle, è tempo di discernere ed evitare le palle. Se un libro fa ribrezzo, sia pure a metà via, è il caso di riporlo: amen o così sia. Non v'è motivo alcuno per cui lo film seriale, dovrebbe seguir regola più lasca e liberale. Se fa cagare il primo, al bando scelte pavide, sotterralo ben bene e calaci una lapide.

Questo piccolo sfogo sgangherato è frutto di un'esperienza dolorosa, al limite della sopportabilità umana. Il tormento, aggravato dall'impossibilità del commento libero durante la proiezione, è irrobustito dallo sconcerto per la produzione low-cost di un film a sicuro rendimento. Quest'oscenità, solo nel primo mese (o giù di lì) aveva raggranellato oltre 500 milioni di dollari... Varrà pure un po' di attenzione al trucco e venti euro in più agli effetti speciali?
Bisogna disintossicarsi tutti dal Completismo, questa ossessione di non lasciare le cose a metà.
Liberiamoci da questa catena, se una cosa non ci piace, molliamola (almeno quando parliamo di arte, o supposta tale). Ma chi ce lo fa fare, per esempio, di terminare un libro che non ci piace? Ce ne sono talmente tanti al mondo che non potremo mai leggerli in tutta la nostra vita, nonostante ciò spesso sprechiamo il nostro tempo a finirne di brutti. Rivendichiamo il diritto di interrompere qualsiasi cosa.
È anche una visione più romantica della vita e ci consentirà di dire: "Mah, non so, forse era anche un buon libro. Non posso stroncarlo del tutto, l'ho lasciato a metà, anzi, avevo letto solo le prime tre pagine".
Ci sono mille cose più importanti per cui combattere fino alla fine, ma disperanti saghe di vampiri emo, proprio no.


23 dicembre, 2011

Come vorrei avere, due miliardi al mese...

Sono ormai anni che osservo con attenzione questa scelleratezza, un abominio di cui tutta la classe politica  è responsabile. Solo ora, pochi singoli, timidamente cominciano a sollevare la questione in pubblico.
Chi invece l'ha sempre fatto è Gino Strada.
Quanto mi piacerebbe che il 2012 portasse a questi geni che ci governano il coraggio per tagliare le spese militari. Non c'è molto altro da fare. Non stiamo giocando a Risiko, siamo un paese che ripudierebbe la guerra...

http://www.youtube.com/watch?v=McHNfEZv3yQ


Buone feste.

21 dicembre, 2011

Riflessioni natalizie e lo tsunami alle porte

L'articolo 8 della tanto vituperata Costituzione recita quanto segue:

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.


Fate attenzione a non cadere nella trappola sottesa dal primo comma: si stabilisce un'eguaglianza riferita alla libertà, non un'eguaglianza assoluta dinanzi alla legge.
Questo cavillo costituzionale ha permesso e permette allo stato di determinare come trattare ciascun culto, in base alla convenienza territoriale, al suo radicamento o a qualsiasi altro criterio che di volta in volta torni utile.
Ma al di là di ogni distinguo, laddove il culto non determini un'offesa al costume, alla morale o implichi una violazione di una legge, il culto è libero.
Risulta piuttosto evidente a tutti che, al di là della fede di appartenenza, in uno stato laico, tali distinzioni non devono esistere. Se il professare una fede è libero, e quindi si rigetta qualsiasi criterio discriminatorio, non può essere lo stato stesso a tracciare confini, agevolare l'uno o l'altro credo secondo convenienza storica o politica. Eppure è così.
E la recente querelle legata ai privilegi della Chiesa Cattolica, per esempio in ambito fiscale, è solo la punta dell'iceberg. Nutro la convinzione che, come per molti altri aspetti discutibili di questa nazione, l'occhio critico e sempre meno tollerante del popolo di Internet (composto in prevalenza dalle nuove generazioni) dilagherà nel volgere di pochissimo tempo. Basta guardarsi indietro di tre o quattro anni per rendersi conto di quanto lo scenario attuale sia andato oltre ogni più ardita previsione. L'influenza che le opinioni coagulate in rete stanno avendo è in ascesa rapidissima. Le cose stanno cambiando in modo fulmineo e le nuove generazioni sono quelle che inevitabilmente invaderanno i posti di comando del futuro. L'elite reazionaria (su qualsiasi piano la si intenda) dovrà arrendersi ai numeri, perché ciò che viene dal basso è come l'acqua: prima o poi una via d'uscita la trova. E come l'acqua, tanto più stretta sarà la fessura attraverso la quale filtrare, tanto più violento sarà il getto e devastante l'inondazione.
Le iniquità e i privilegi resistono quando il benessere è distribuito a sufficienza, quando la pancia è piena e allora si tollera anche qualche differenza di troppo. Oggi la tavola è spoglia, il banchetto ridotto, anche queste festività hanno un gusto dimesso. La fame (o la necessità) aguzzano la vista e l'ingegno, alimentano il rancore e sottolineano i contrasti.

Io, nel mio piccolo, suggerisco una piccola modifica costituzionale. Il primo comma dell'articolo 8 dovrebbe diventare:
Tutte le confessioni religiose sono libere ed eguali davanti alla legge.

Non sarebbe male rimuovere anche il secondo comma dell'articolo 7 che delega i rapporti tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica a quanto contenuto nei Patti Lateranensi.
Perché se il culto è libero io posso, senza violare alcuna legge, dedicarmi a qualunque fede e non sentirmi discriminato, sminuito, emarginato.
E per la questione dell'ICI, togliamo ogni privilegio anche ai luoghi di culto, per ogni religione. È un atto di civiltà e un bene che facciamo anche alla Chiesa (di qualunque tipo essa sia). È un modo per obbligarli a recuperare la credibilità perduta nella ingiustificabile rincorsa alla stabilità o prosperità economica. Non c'è niente di religioso nel potere economico (escludo dal discorso Zio Paperone e Rockerduck, loro vivono per un nichelino). Le chiese devono ritrovare le loro origini che nulla hanno a che vedere con il denaro e con i privilegi materiali.

Ecco, Babbo Natale, tu che non esisti se non nella genialità di un pubblicitario americano degli anni '30 che trovò la sintesi nel tuo allegro costume rosso, regala un po' di buon senso a quei fossili che ancora si illudono che le cose non cambieranno mai: qui, se non cominciano a scendere tutti sulla terra, abbandonando i loro scranni rialzati e comprendendo che l'acqua sta già premendo forte dietro il muro, rischiamo di non vederlo natale 2012. E i maya non hanno niente a che fare con questa fine del mondo.

07 dicembre, 2011

Dostoevskij, Bunker e poi l'oblio.

"Ivan Karamazov, l'aveva detto con poche parole essenziali; «Se non c'è nessun Dio, allora tutto è permesso»."
È una citazione dell'immenso Fedor Dostoevskij che Edward Bunker usa per sintetizzare parte del pensiero di Troy Cameron, protagonista del bellissimo "Cane mangia cane".
La vicinanza dei due autori è sin troppo evidente. Dostoevskij può essere senza dubbio indicato come uno, se non il solo, capostipite del genere "noir". In "Delitto e Castigo" del 1866, credo per la prima volta in assoluto, il protagonista è il criminale e lo sviluppo, quasi del tutto psicologico, ha inizio dall'atto criminoso di cui è rivelato come colpevole. Questo rovesciamento di prospettiva rispetto al romanzo giallo determina un elemento fondante del nuovo genere.
Bunker è, per mio gusto personale, tra gli autori più efficaci e credibili degli ultimi anni, sebbene i suoi siano romanzi assimilabili al noir fino a un certo punto. Sono più viaggi psicologici e sociali, quasi romanzi di formazione, e in questo il suo maestro è senza dubbio il russo di cui sopra.
Comunque, su questi temi si è scritto e si potrebbe scrivere fino al varo di un decreto che tagli le spese agli armamenti in Italia (ordini per 131 aerei f35/jsf il cui costo base è 18 miliardi) e quindi passo oltre.
Questo post è riferito alle implicazioni sterminate che la frase di Ivan Karamazov contiene.
Sono quello che si definisce un agnostico. In poche parole non credo all'esistenza di un dio né alla sua non esistenza.
Di certo rifiuto la necessità e il valore di qualsiasi organizzazione, dottrina o forma di mediazione tra le creature viventi e una forma "divina". Dico creature viventi e non senzienti, perché non escludo che forme di vita che ci arroghiamo il diritto di considerare inferiori, siano in costante e diretto rapporto con l'entità che ci sforziamo, spesso ipocritamente, di evocare, adorare e usare come scudo. Chi ci dice che un cane, un gatto o un lombrico non parli con Dio più del cardinal Bertone? Di sicuro è più in sintonia con la natura (che dovrebbe essere diretta emanazione della volontà celeste).
Comunque il punto è un altro: da ateo agnostico non posso che sottoscrivere la sintesi di Karamazov e limitare qualsiasi regola alla sfera della morale e della cultura che ci siamo costruiti. Per questo motivo rivendico anche il diritto di confutarla sotto ogni aspetto e di ridefinire un insieme di regole private il cui unico scopo sia il rispetto delle mie convinzioni e della mia morale. Devo essere in pace con me stesso, non mi interessa essere per forza in armonia con la società che non mi sono scelto.
Infine, questo è il punto dolente che mi fa arrovellare, è un'altra ovvia implicazione della frase di Dostoevskij: se non c'è nessun Dio, non c'è neanche nessun significato, nessuno scopo. Tutto si limita all'equilibrio con il proprio io. Qualsiasi gesto della vita quotidiana si svuota di significato prospettico. Il domani è un concetto delirante, illusorio. La costruzione e il progetto, l'ansia per il futuro, per le conseguenze che le attuali scelte produrranno valgono il conforto dell'attimo e nulla più.
Ha senso il presente, nei suoi riflessi emotivi, nell'onesta proposizione della propria identità, nell'appagamento del desiderio secondo la sensibilità di ciascuno.
Sono valutazioni che chiunque ha fatto o può fare. E non mi intristiscono neanche un po', mi spaventa solo la maggiore solidità che certe considerazioni acquisiscono giorno dopo giorno.
Quello che è deprimente, nella mia visione delle cose, è che si debba continuare a lottare anche sul piano materiale ogni giorno, nonostante si abbia la convinzione che sia la costruzione del nulla.
Il punto è che, oblio o non oblio, amo ancora la vita in modo profondo. Sono tenacemente avvinghiato ai miei affetti, alle mie passioni e voglio, prima di raggiungere un oblio rasserenante, goderle a lungo e con il minor numero di compromessi possibili.
Quello che veramente mi disgusta è la società iniqua e distorta che ci siamo costruiti intorno, la vigliaccheria profonda che mi ha trasmesso e che mi impedisce di infrangere i legami con una dimensione che, comunque la guardi, continuo a ritenere insensata e di valore nullo.
L'oblio, se calasse dall'alto senza preavviso e annichilisse tutta la nostra insana consapevolezza elevandoci agli animali che troppo spesso bistrattiamo, sarebbe il dono più grande che qualunque entità superiore potrebbe donarci. Ma forse è essa stessa troppo sadica per privarci dell'intelligenza e della supponenza che ne deriva.

26 novembre, 2011

Gioiosa tristezza

Di pagnotte ne ho mangiate parecchie, non dovrei aver bisogno di questo genere di conferme. Eppure, quando gli eventi si combinano in una particolare sequenza è inevitabile abbandonarsi a certe riflessioni.
Basta così poco per essere felici, perché spesso la gioia, non l'appagamento o la soddisfazione, ma proprio quel getto dirompente che ci irrora all'improvviso, lucidando i nostri occhi e sollevando le guance a formare un sorriso, è figlio della fine del suo opposto. È solo l'assenza repentina del dolore.
È brillante come una brace smossa, e come la brace smossa in fretta si spegne, prima in un arancio tenue e poi in un grigio riposante.
È lì che emerge, per i più fortunati, la tranquillità dell'appagamento.
Penso sia proprio la fugacità di queste sensazioni a renderle così importanti.
Siamo delle bestie facili all'adattamento, all'assuefazione. Il nostro cervello percepisce, reagisce, registra, archivia. È un percorso costante e imprescindibile e vale per ogni cosa. Qualsiasi cosa, pensateci.
Qualsiasi esperienza si viva attraversa questi stadi, siano sentimenti o esperienze sociali, qualsiasi cosa viene processata.
Se così non avvenisse, una gioia persistente sarebbe impercettibile. Abbiamo bisogno di soffrire per essere anche felici.
Non dico niente di nuovo, niente che non sia già stato detto e spiegato in modo più efficace e dotto.
Ma ho bisogno di esprimerlo perché mi trovo nel mezzo del guado, abbacinato da un'improvvisa sensazione di felicità che sfugge mentre ancora la sto assaporando. E mi preparo al peggio, perché è meglio così: meglio essere pronti, sapere di che morte morire, non attendersi troppo.
Non lo dico crogiolandomi nel pessimismo cosmico, piuttosto restando avvinghiato a un realismo concreto e riappropriandomi di quel fatalismo che negli ultimi giorni ha tentennato.
Mi godo il momento, la giornata, il presente. Non aspettandomi troppo dal domani, posso concentrarmi su quello che ho e non su quello che potrei o vorrei avere.
Mi cullo un po' di tristezza, perché è gravida di una futura felicità.

Una carezza a Iaco che con tutti i suoi acciacchi, alza ancora il suo sguardo e ti cerca per uno scambio proficuo di affetto.

21 novembre, 2011

Il pensiero sospeso

Sono giorni difficili. Di quelli in cui non riesci a concentrarti su nulla. Ho il pensiero che mi galleggia attorno, sospeso, ronzante come un insetto fastidioso.
Provo una sensazione di angosciante impotenza. Vorrei fare qualcosa e so che non posso fare nulla. Appeso a notizie su cui non ho controllo e che mi inducono speranze contrastanti. Il senso di una responsabilità terribile, condivisa con altre due persone e per questo più leggera, ma più complessa.
Obbligati all'attesa.
Per un fatalista come me non dovrebbe essere una situazione così inaccettabile, tuttavia quando non è il tuo destino al centro della questione, certe convinzioni tremano. Inevitabile allora proiettare il ragionamento in altre direzioni, replicarlo, deformarlo, piegarlo nel modo che soddisfi l'esito del tuo ragionamento. E sapere che l'esito precede il ragionamento di cui è figlio, che spesso costruiamo solo il sostegno per provare ciò di cui siamo rigidamente convinti, non risolve alcuna questione.
Si tratta di scelte e responsabilità.
Non c'è mai una risposta definitiva, indiscutibile, pacificatrice.
Potrei elencare una sfilza di luoghi comuni che descrivono la situazione. Ma non aggiungerebbero nulla.
Il punto è che quando si avanza nella nebbia non si sa mai con certezza con cosa bisogna scontrarsi.
Da ragazzino la cecità mi suscitava una curiosità quasi morbosa. Provavo spesso a muovermi nel buio più completo. Lo facevo per pochi minuti, insufficienti per provare una reale angoscia, ma abbastanza per rendersi conto di quanto sia difficile nonostante ci si muova in un terreno che si conosce, che la vista ha già registrato. Il motivo, suppongo, è dettato dal fatto che il nostro cervello registra contestualizzando e quindi anche la "visione" mentale di un ambiente familiare è mediata dall'utilizzo che di quella registrazione dobbiamo farne. Così la sedia è troppo vicina, la scrivania troppo lontana, i passi non corrispondono. Il battito accelera fino a voler recuperare il controllo.
Il mio fatalismo crolla secondo lo stesso percorso logico: per quanto temprato negli anni e negli eventi sfortunati già vissuti, è vittima di una registrazione errata e non sa fronteggiare con la dovuta freddezza l'orlo di un precipizio reale. Tutto il raziocinio sbiadisce, resta un senso di smarrimento che va inquadrato, ridefinito o assorbito sul piano emotivo.
È solo un pensiero sospeso, galleggiante tra la ragione e l'imprevedibilità e ineluttabilità della vita.
In un bellissimo brano dei New Model Army, all'interno dello splendido "High", dal titolo "No mirror, no shadows" c'è un semplice verso che recita: "Nothing is ever meant to last".
Bisognerebbe sempre tenerlo a mente, anche quando il pensiero, sospeso, galleggia attorno a noi come un'ombra profonda.

16 novembre, 2011

Dove finiscono le dita

Oggi, mentre facevo editing spinto di un documento tecnico scritto coi piedi – non mi sento di escludere che fossero anche storti, con le unghie lerce e gnocchi neri tra le dita –, mi sono messo in cuffia Fabrizio De André. Era molto tempo che non lo ascoltavo, ormai la musica che mi accompagna è tutta straniera, ma a lui regolarmente torno, perché mi rassicura, e non tradisce mai.
Così, tra l'aggiustamento di un formato paragrafo e la riformulazione completa di un periodo contorto, ho aperto wikipedia per dare un'occhiata alla pagina a lui dedicata.
In cima a tutto è riportato un verso meraviglioso di "Amico fragile", che recita:

« ...pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra»

È una frase incredibile, più la leggo più capisco quanto sia legata alla mia vita.
Potrei sostituire chitarra con basso, o con penna, con tastiera, con pennello o matita. La parte che proteggo di me, quella che amo, che mi ha permesso di sedermi su questa roccia piatta che mi infonde equilibrio è tutta qua. Un cordone ombelicale che collega me stesso allo strumento che volta per volta mi completa. È un tubo carnoso invisibile in cui fluisce un sangue dorato, l'essenza, l'anima.
Ognuno dovrebbe averne uno, ognuno dovrebbe desiderare di completarsi fuori da sé. Quando parlo di completamento intendo espressione. Non è forse questo uno degli aspetti che ci distingue dagli animali? L'esigenza di dare forma a un pensiero, a un desiderio, a un bisogno che vada oltre l'istinto?
Siamo bestie, questo è certo, ma esiste sempre un piccolo vuoto da colmare. Mi ritengo fortunato perché, sin da piccolo, ho sempre nutrito, usando forme differenti, questa bocca vorace. La passione è solo questo, una fame da saziare. La fame più essenziale. Prescinde da tutto.
A volte, come ora, penso che si possa vivere senza amore e affetto se si ha la possibilità di curare le proprie passioni. E lo dico da uomo privilegiato che gode di amore e affetti immeritati.
Se dovessi immaginare un uomo disperato sarebbe così: senza passione, senza desideri, senza voglia di esprimere se stesso.
Dall'altra parte delle dita non deve esserci per forza uno strumento, ma anche un libro, una pianta, un cucciolo di cane.
Fate questo gioco: nella frase di Fabrizio De André, sostituite "una chitarra" con quello che amate di più.
Preoccupatevi se non avete nulla da scriverci. Allora sì, sono cazzi.

06 novembre, 2011

Il girotondo delle identità

Prendi un uomo con le sue certezze, la sua solidità, i suoi riferimenti, i parametri ricavati con fatica durante una vita d'errori e tentativi. Collegalo a Internet, gettalo in un forum, in un social network. Lascia che apra uno, due, dieci blog. Aggiungi qualche video, un po' di spam e un pizzico di prurito adolescenziale. Lascialo macerare un paio d'anni e poi passa a raccogliere ciò che resta.
E cosa resta?
Di tutto. Spesso, ma non è la regola, gli effetti peggiori colpiscono adolescenti ancora privi di guscio e adulti privi di equilibrio o di una vita reale.
Ma può anche capitare di essere persone del tutto equilibrate che senza rendersene conto restano sopraffatti, sommersi dalla moltiplicazione identitaria che la rete sa produrre. È come l'effetto provocato a un raggio di luce che attraversa un prisma. Si costituisce un numero sterminato di connessioni, relazioni e impegni che a lungo termine possono condurre a un corto circuito.
È importante riconoscere questo momento, per emergere dall'acqua, prendere fiato e salire sull'argine a osservare con maggiore distacco e più efficace prospettiva il vorticoso e infinito fiume di chiacchiere e deliri che ingorga il web.
Alcuni non ce la fanno o più tristemente si nutrono di questo. Sono una specie moderna di vampiri, lontani dalla luce del sole oltre la finestra, destinati a vivere degli effetti (positivi o negativi che siano) che una qualsiasi delle loro identità produce in rete. Il problema che spesso tendono a perdere di vista è che internet resta una proiezione piena di difetti e imprecisioni. Da questo equivoco spesso sottovalutato divampano battaglie ridicole, zuffe a colpi di post, intere reti di spionaggio da community, con troll e sub-troll, blog e contro-blog fino al paradosso di confutare il falso come fosse vero, quando qui – tra questi bit – il vero ha un significato sbiadito.
La crescita di un essere umano, inserito in qualsiasi contesto sociale, da uno svedese di Stoccolma a un indigeno di Papua, è segnata dal passaggio fondamentale che coincide con la capacità cosciente di distinguere il bene dal male. Ogni società, beninteso, stabilisce dove porre il confine tra questi due opposti effimeri, ma il passaggio va compiuto.
In internet è bene comprendere che nessuno impone questa consapevolezza e che esistono infinite linee di confine, tante quante sono le identità di chi ci naviga: e parliamo di un numero così alto che è inutile considerarlo significativo. Per questa ragione sarebbe saggio astrarsi del tutto e riuscire a prendere (e a dare) sul web con un distacco assoluto, senza accanimenti, rivendicazioni, rancori.
La rete, in particolare quella da community e social network, è solo un enorme gioco di ruolo.
Ed è anche per questo motivo, ma non solo, che da anni ho adottato un filtro per relazionarmi con essa. Un nick, azzeccato o meno che sia, è tutto ciò che occorre. Usare il mio nome vero in un mondo intrinsecamente falso sarebbe, per me, incoerente. Lo si può fare, ma si mette in gioco più di quanto richiesto. Ci si fa carico di una responsabilità che raramente verrà corrisposta. Si introduce l'equivoco, almeno con se stessi, che daremo ciò che siamo al web. Quando sappiamo che, prima o poi, forti della distanza che il web stesso ci garantisce, porremo filtri, schermi e rielaborazioni di noi stessi per offrire soltanto ciò che vogliamo: il nostro meglio o il nostro peggio. Una maschera, come nella vita reale, che gli altri però potranno valutare con mezzi molto meno incisivi che in un incontro intorno a un tavolo.
Vogliamo comunicare, veramente? vogliamo capire se ci sono delle affinità, se abbiamo interessi comuni, se possiamo costruire qualcosa di concreto? Lo faremo fuori da qui.
Nel frattempo, piedi per terra, nick o nome reale, immagine rubata o foto autenticata, teniamo sempre presente che internet è un gioco di ruolo. E parlando in generale, fanno parte del gioco anche tutte le relazioni che si instaurano (senza distinzione tra positive e negative), almeno finché non trovano consacrazione a rete staccata.

31 ottobre, 2011

Senso di colpa

Torno a occuparmi del blog dopo un incredibile numero di mesi, e lo faccio soltanto per verificare se ho pubblicato un numero tale di video da dovermi preoccupare dei gendarmi sotto casa.
Il senso di colpa dell'onesto. Come quando ti ferma una pattuglia della stradale e ti prende il panico anche se paghi assicurazione e bollo con ampio anticipo, se cambi le gomme prima che il battistrada sia fuori norma e fai bollini blu, revisioni, controllo dei fumi e pulizia dei tappetini con una scrupolosità pari a quella del mitico Furio di Carlo Verdone.
Passi qui dopo mesi e scopri che da un senso di colpa salti a un altro. Scopri che ci sono due persone, che non sono tuoi parenti né creditori, che ti seguono, avrebbero interesse a leggere quello che scrivi. Peccato che su questo blog non ci scrivi nulla. E non perché non desideri farlo. L'ho aperto apposta. Più semplicemente perché c'è sempre qualcosa che ti distoglie, ti occupa il tempo e la mente e lascia indietro un canale che andrebbe curato, almeno un po'.
Allora, ringrazio di cuore chi ha deciso di iscriversi, magari d'istinto, magari senza un vero motivo, magari per sbaglio e scrivo due righe su quello che mi sta succedendo. Oggi che sono in riposo aziendale forzato.

Sto scrivendo. Questa è la cosa più importante, almeno quella che dovrebbe esserlo in questo spazio internet che prende come nome lo pseudonimo che utilizzo. Ho iniziato da un paio di settimane la stesura del nuovo romanzo. Sì, quello che ho già smontato almeno tre volte (senza contare i tentativi abortiti che ho dimenticato). Stavolta il cavo d'acciaio che collega le due pareti che danno sul precipizio è stato fissato, mi sono appeso e sto, metro dopo metro, avanzando. Può sembrare un'immagine terribile, esagerata, ma la ritengo calzante. Ho bisogno che il cavo sia fissato dall'altra parte quando mi accingo a scrivere qualcosa di lungo e impegnativo. Ed è l'unica cosa di cui ho veramente bisogno. Il resto è un baratro sotto i piedi. Un percorso avventuroso. Posso contare solo sulla forza delle mie mani e sulla dose di tenacia di cui sono in possesso. Sono sospeso con le gambe penzolanti, esposto ai venti e alle intemperie, alle sorprese che la valle sottostante mi riserverà. L'unica cosa che conosco è il punto di fissaggio sull'altra parete. Spero di arrivarci integro, conto di arrivarci presto. Ma sarà divertente oscillare nell'avanzamento.

Sto andando al cinema. Di recente ho visto: Carnage di Polanski, This must be the place di Sorrentino e La pelle che abito di Almodovar. Sensazioni altalenanti. Almodovar decisamente toppato. Buon soggetto, pessima regia. Chissà in mano a Cronenberg o a Fincher...

Sto leggendo: Cane mangia cane di Bunker e Tutto quel nero di Cristiana Astori.
Bellissimo finora il primo, intrigante e ben scritto il secondo.

Sto ascoltando musica. In questo momento jazz, ma spesso è così quando sono davanti al computer a scrivere.

Ho comprato una nuova cuccia per il cane. La meritava e apprezzerà il posizionamento sotto la finestra della cucina. Visto che non si schioda mai di lì e che a breve farà molto freddo, potersi riparare senza allontanarsi dovrebbe rendergli l'inverno meno difficile. Alla sua veneranda età (calcolate 14x7), certe comodità fanno la differenza.

Ora passo a Scrivener e butto giù qualche riga, magari qualche pagina.

Un caro saluto ai due lettori. Sì, proprio a voi, avete una pazienza...


PS: curiosa coincidenza che la data di questo post sia un omaggio involontario anche al blog di uno dei due lettori!